UNI EN 12453:2017 – Sicurezza per porte e cancelli motorizzati

Il 21 settembre 2017 è entrata in vigore la nuova norma che specifica i metodi di prova relativi alla sicurezza d’uso per qualsiasi tipo di porta, cancello e barriera ad azionamento motorizzato.

Norma numero : UNI EN 12453:2017
Titolo : Porte e cancelli industriali, commerciali e da garage – Sicurezza in uso di porte motorizzate – Requisiti e metodi di prova
ICS : [91.060.50]
Stato : IN VIGORE
Commissioni Tecniche : [Prodotti, processi e sistemi per l’organismo edilizio] [Porte e cancelli industriali, commerciali e da garage (misto Prodotti e processi per l’organismo edilizio/Sicurezza)]
Data entrata in vigore : 21 settembre 2017
Data ritiro :
Sommario : La norma specifica i requisiti e i metodi di prova relativi alla sicurezza d’uso per qualsiasi tipo di porta, cancello e barriera ad azionamento motorizzato destinato all’installazione in aree raggiungibili da persone e le cui finalità di impiego principali consistono nel fornire accesso sicuro a merci, veicoli e persone in edifici industriali, commerciali o residenziali.

Lista Norme CEN
Recepisce :

EN 12453:2017

Lista sostituzioni
Sostituisce :

UNI EN 12445:2002
UNI EN 12453:2002

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La non responsabilità del RSPP per l’infortunio occorso a un lavoratore

Non è responsabile per l’infortunio occorso a un lavoratore il RSPP che nel documento di valutazione dei rischi ha provveduto a segnalare al datore di lavoro la mancanza di misure di sicurezza della macchina presso la quale si è verificato l’evento.

 

 

 

 

 

 

 

Non risponde per l’infortunio occorso a un lavoratore il responsabile del servizio di prevenzione e protezione che nel documento di valutazione dei rischi ha provveduto a segnalare al datore di lavoro la carenza di sicurezza della macchina presso la quale si è verificato l’evento infortunistico provvedendo altresì a suggerire le misure per eliminarle e ponendo così lo stesso datore di lavoro nelle condizioni di intervenire a rendere sicura la macchina medesima. E’ la giusta decisione che emerge dalla lettura di questa sentenza della Corte di Cassazione che con la stessa ha rigettato il ricorso presentato dal Pubblico Ministero contro la sentenza della Corte di Appello che, contrariamente a quanto deciso dal Tribunale, aveva invece assolto il responsabile del servizio di prevenzione e protezione.

Il fatto
Il Tribunale ha dichiarato il consigliere delegato e il responsabile del servizio di prevenzione e protezione di una società responsabili del Reati loro ascritti e li ha condannati ciascuno alla pena di due mesi di reclusione sostituita con una multa di € 2.280,00. Gli imputati erano stati tratti a giudizio per rispondere del delitto di lesioni colpose aggravate dalla violazione antinfortunistica e con l’aggravante di cui all’art. 61 n. 3 c.p., per avere provocato a un lavoratore una lesione personale consistente nella subamputazione del secondo dito della mano sinistra con incapacità ad attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo di 90 giorni. In particolare il consigliere delegato è stato condannato per avere, per negligenza imprudenza o colpa specifica ai sensi dell’art. 2087 c.c. nonché per violazione della normativa sulla prevenzione infortuni, omesso di mettere a disposizione dei lavoratori attrezzature di lavoro conformi alle specifiche disposizioni e quindi idonee ai fini della salute e della sicurezza in quanto la macchina piegatrice orizzontale idraulica sulla quale è incorso l’incidente al lavoratore era priva di dispositivi che impedissero alle mani dei lavoratori di venire a contatto con i movimenti del punzone. Il RSPP è stato invece condannato per avere omesso di individuare i rischi connessi alla predetta macchina pressa piegatrice nonché di elaborare le misure preventive e protettive relative al macchinario e le relative procedure di sicurezza.

La Corte di Appello, adita dagli imputati, in parziale riforma della sentenza impugnata, ha assolto il RSPP dal reato a lui ascritto perché il fatto non sussiste, confermandola nel resto. Avverso tale sentenza Corte di Appello hanno proposto ricorso per cassazione il consigliere delegato, a mezzo del proprio difensore, nonché l’Avvocato Generale presso la Corte di Appello limitatamente alla assoluzione del RSPP.

In particolare il consigliere delegato ha lamentato che l’individuazione nella sua figura di un soggetto titolare di una posizione di garanzia in materia di sicurezza sul lavoro e di responsabile per l’infortunio occorso al lavoratore è stato frutto di una erronea interpretazione della legge penale e delle altre norme giuridiche previste dal D. Lgs. n. 81/2008, con ulteriore travisamento del fatto che lo stesso fosse, appunto, il vertice del sistema di sicurezza sul lavoro della società, posto che nel DVR aziendale la figura da lui ricoperta non era nemmeno stata presa in considerazione ed anzi il documento mancasse dell’individuazione dei ruoli dell’organizzazione aziendale che dovevano provvedere all’adozione delle misure di sicurezza. Nel DVR, infatti, erano stati elencati tutti i soggetti coinvolti nel “sistema sicurezza” tra i quali figurava il datore di lavoro, il RSPP, il rappresentante delegato dal datore di lavoro, il referente interno per la sicurezza, ma non figurava affatto l’amministratore delegato. Secondo lo stesso il vizio di interpretazione della Corte di merito era stato dovuto alla concreta applicazione del principio di effettività così come declinato nella sua più ampia portata dalla Suprema Corte, secondo la quale “In tema di individuazione delle responsabilità penali all’interno delle organizzazioni complesse, non può attribuirsi, in via automatica, all’organo di vertice la responsabilità per l’inosservanza della normativa di sicurezza, dovendosi sempre considerare l’effettivo contesto organizzativo e le condizioni in cui detto organo ha dovuto operare”. L’attribuzione di colpevolezza a suo carico, secondo l’imputato, è stato frutto del travisamento del fatto che lo stesso fosse anche il dirigente prevenzionistico all’interno del sistema predisposto dal datore di lavoro e che fosse per questo motivo in condizione di conoscere la pericolosità della macchina oggetto del giudizio e, conseguentemente, di attivarsi.

L’Avvocato Generale presso la Corte di Appello, da parte sua, ha dedotto che gli obblighi del servizio di prevenzione e protezione aziendale sono dettagliatamente elencati nell’art. 33 del D. Lgs. n. 81/2008 che impone di individuare i fattori di rischio, valutarli e, successivamente, individuare le misure da adottare per la sicurezza e la salubrità degli ambienti di lavoro sulla base della specifica conoscenza dell’organizzazione aziendale e di elaborare, per quanto di competenza, le misure preventive e protettive di cui all’articolo 28, comma 2, e i sistemi di controllo di tali misure. In base all’art. 28, comma 2, del D. Lgs. n. 81/2008, ha infatti precisato la suprema Corte, il DVR deve essere redatto in modo tale da: a) garantire la completezza e l’idoneità quale strumento operativo di pianificazione degli interventi aziendali e di prevenzione; b) contenere l’indicazione delle misure di prevenzione e di protezione attuate; c) contenere il programma delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza; d) individuare le procedure per l’attuazione delle misure da realizzare, nonché dei ruoli dell’organizzazione aziendale che vi debbono provvedere, a cui devono essere assegnati unicamente soggetti in possesso di adeguate competenze e poteri.

Lo stesso Avvocato Generale ha sostenuto che la Corte territoriale aveva errato nel ritenere che il DVR predisposto dal RSPP fosse completo, idoneo e concreto, posto che limitarsi a definire come rischiose tutte le presse presenti nel reparto, è un’affermazione oltremodo generica, laddove lo stesso RSPP avrebbe dovuto specificare quali difetti aveva ogni singola pressa e, una volta individuati i difetti della singola pressa, avrebbe dovuto indicare quali rimedi da adottare in concreto. Il RSPP invece, a detta della stessa Corte di Appello, si era limitato ad invitare l’azienda ad “avviare un programma di adeguamento”, il che non significava assolutamente nulla e, inoltre, atteneva alla scansione temporale e non alle misure concrete da adottare.

Il ricorrente ha inoltre messo in evidenza come lo stesso consulente citato dalla difesa, controinterrogato dal Pubblico Ministero, aveva riferito della genericità, incompletezza e sostanziale inutilità del DVR predisposto dall’imputato e che la Corte del merito aveva totalmente omesso di valutare tale deposizione a differenza del Giudice di primo grado, che, nella sua motivazione, aveva fatto riferimento proprio a tale deposizione, come uno degli elementi fondanti le ragioni della condanna. La Corte territoriale inoltre aveva omesso di valutare il contenuto di una testimonianza nella parte in cui era stato riferito del rifiuto pervicace del RSPP di indicare quali interventi erano necessari per mettere in sicurezza le presse.

Le decisioni in diritto della Corte di Cassazione
Il ricorso del consigliere delegato è stato ritenuto inammissibile e all’inammissibilità dello stesso è conseguita la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso, al versamento della somma, ritenuta equa, di € 1.000,00 a favore della cassa delle ammende.

Il ricorso del P.M. è stato invece ritenuto infondato. Secondo la Corte suprema la Corte territoriale aveva fornito una puntuale spiegazione del ragionamento posto a base della propria sentenza procedendo alla coerente e corretta disamina di ogni questione. In particolare la Corte territoriale, secondo la Sez. IV, aveva incensurabilmente ritenuto che attraverso il DVR vi era stata una segnalazione al datore di lavoro idonea a sollecitarne i poteri di intervento per eliminare la situazione di rischio, sollecitazione alla quale il datore di lavoro non ha evidentemente reagito. La stessa Corte di Cassazione ha in conclusione rigettato il ricorso del P.M. rammentando che il giudizio di condanna presuppone la certezza processuale della colpevolezza, mentre all’assoluzione deve pervenirsi in tutti quei casi in cui via sia la semplice “non certezza” e dunque anche il “ragionevole dubbio sulla colpevolezza”.

Gerardo Porreca

Fonte: Puntosicuro.it

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Documento Inaul – Le verifiche degli apparecchi di sollevamento materiali di tipo fisso

 

Indicazioni dall’Inail per la gestione tecnico-amministrativa della prima verifica periodica di alcuni apparecchi di sollevamento materiali di tipo fisso. Focus su verifiche e normativa per gru a ponte e gru a cavalletto.

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Inail, Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici, “ Apparecchi di sollevamento materiali di tipo fisso – Parte I” – a cura di Sara Anastasi e Luigi Monica (Inail, DIT), Luigi Cavanna (Inail, Unità operativa territoriale CVR di Genova), Romano Ciancio (Unità operativa territoriale CVR di Piacenza)

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5 errori da evitare nei progetti di consulenza

Quando si realizza o si affida un progetto di consulenza vi sono numerose problematiche
che posso comprometterne il risultato finale.

Generalmente sono 5 i più comuni errori che si possono verificare.

1) Dimenticare di definire le milestone. Le milestone sono le singole fasi di un progetto in cui sostanzialmente
si verificano che siano stati raggiunti gli obiettivi parziali. E’ importante definirle in quanto permettono sia all’azienda
che al consulente di verificare come stia procedendo l’implementazione del progetto di consulenza.

2) Ignorare che le singole attività di un progetto di consulenza sono correlate tra di loro

3) Non aggiornare la schedulazione (scadenze) e non adeguarsi alla nuova realtà del progetto

4) Non definire un project manager  – responsabile di progetto e non coinvolgere tutto il team nelle decisioni
e nelle attività relative

5) Non definire la base documentale del progetto e non aggiornarla mano a mano che lo stesso si modifica

Per aiutarti nel realizzare e gestire progetti di consulenza sono disponibili tre nuovi software:
_ Project Doc per gestire qualsiasi tipologia di progetto di consulenza
_ Project 231 per gestire specifici progetti di consulenza in ambito modelli 231
_ Project Privacy per gestire specifici progetti di consulenza in ambito privacy europea

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Pubblicato il nuovo software Project Privacy

Project Privacy è il software per progettare e realizzare illimitati progetti inerenti la privacy europea Reg. UE 2016/679.

Il software guida l’utente nelle varie fasi di implementazione del singolo progetto privacy, fornendo un supporto operativo per:
_ realizzare correttamente le singole fasi di implementazione, grazie all’archivio pre-caricato delle fasi di implementazione
_ gestire lo stato di avanzamento lavori di ogni singola fase
_ gestire le risorse economiche necessarie
_ gestire i tempi di lavoro
_ gestire le scadenze di ogni attività
_ associare qualsiasi documento alla singola fase di progettazione
_ gestire i compensi in modo analitico

Con Project Privacy l’utente viene guidato nella gestione del progetto di implementazione e aggiornamento in modo completo, corretto e veloce.

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La mancata fornitura della documentazione all’Ispettorato del Lavoro

Il reato della mancata fornitura di notizie all’ispettorato del lavoro si configura in presenza di una richiesta specifica fatta legalmente da parte dell’organo di vigilanza contestualmente a una risposta mancata o carente degli elementi richiesti.


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L’oggetto di questa sentenza della Corte di Cassazione è il reato di cui all’art. 4 comma 7 della legge 22/7/1961 n. 628 riguardante la mancata o carente fornitura di notizie all’Ispettorato del Lavoro o la fornitura scientemente errata delle stesse benché legalmente richieste. Tale reato, ha precisato la suprema Corte, si configura in presenza di vari elementi il primo dei quali è che sia stata fatta una specifica richiesta di informazioni da parte dell’organo di vigilanza, il secondo è che la richiesta stessa sia stata fatta legalmente ed infine che da parte del soggetto al quale la richiesta è stata rivolta non vi sia una risposta o lo stessa sia priva degli elementi e dei dati richiesti o scientemente errati  Nessuno di questi elementi è emerso nel caso in esame sottoposto all’attenzione della Corte di Cassazione a seguito del ricorso presentato dal titolare di una società, per cui la stessa Corte ha confermata la condanna inflitta al ricorrente dal Tribunale per aver violato il citato articolo della legge n. 628/1961.

 

Il caso e il ricorso in Cassazione

Il Tribunale ha condannato l’amministratore unico di una società alla pena di 500,00 euro di ammenda in quanto riconosciuto colpevole della contravvenzione di cui al comma 7 dell’art. 4 della legge 22/7/1961 n. 628, per avere omesso di fornire al Servizio Ispezione del lavoro della Direzione provinciale del lavoro  la documentazione richiesta con un verbale di accesso ispettivo e con una nota raccomandata, documentazione consistente nella copia dei libretti di circolazione degli automezzi in uso, nell’elenco degli autisti in forza con le generalità complete e nelle registrazioni digitali o stampe dei tachigrafi degli automezzi, relativi a un determinato periodo.

 

In occasione di un controllo da parte del personale dell’Ispettorato del Lavoro, infatti, l’imputato non era stato in grado di esibire la documentazione che gli era stata richiesta in quanto, a suo dire, la medesima gli era stata sequestrata dalla Guardia di Finanza. Successivamente, nonostante i ripetuti solleciti da parte dell’Ufficio richiedente, egli non aveva provveduto ad esibire la documentazione richiesta per cui tale condotta omissiva era stata ritenuta integrare l’art. 4, comma 7 della legge n. 628/1961 sussistente, secondo il giudice del Tribunale, anche nel caso di mancata esibizione di documenti richiesti dall’Ispettorato del lavoro nell’esercizio dei compiti di vigilanza ad esso demandati dalla legge.

Avverso la sentenza del Tribunale l’imputato, a mezzo del proprio difensore di fiducia, ha proposto appello che è stato convertito in ricorso per cassazione alla stregua dei principi generali in materia di impugnazione enunciati dall’art. 568, comma 5, cod. proc. pen.. Nel ricorso l’imputato ha rilevato preliminarmente di non avere mai ricevuto la notifica del verbale contenente la richiesta dell’Ispettorato del Lavoro per cui, secondo lo stesso, sarebbe mancato l’elemento soggettivo del reato contestato. Infatti, dopo avere rappresentato agli ispettori, in occasione del loro accesso in azienda, di non essere nella disponibilità della documentazione del lavoro richiestagli perché in precedenza acquisita dalla Guardia di Finanza, lo stesso Ispettorato avrebbe provveduto, dapprima ad inviargli la diffida all’indirizzo della sede operativa e non presso la sede legale, diffida rimasta giacente nell’Ufficio postale, e, quindi, a trasmettergli il verbale di prescrizioni all’indirizzo dell’abitazione privata senza che il relativo plico, anche in questo caso rimasto in giacenza presso le Poste, recasse l’indicazione di un qualunque collegamento del suo nominativo con la società che amministrava.

 

Le decisioni della Corte di Cassazione

Il ricorso è stato ritenuto infondato dalla Corte di Cassazione che lo ha pertanto rigettato. La stessa preliminarmente ha ricordato che il reato di cui all’art. 4, comma 7 della legge n. 628 del 1961, consiste nel fatto che colui il quale, legalmente richiesto dall’Ispettorato del Lavoro, di fornire notizie sulle materie indicate nel medesimo articolo, non le fornisca o le dia scientemente errate od incomplete. Il reato di cui al comma 7 dell’art. 4 della legge n. 628/1961, ha sostenuto la Sez. III, si compone comunque di tre elementi strutturali essenziali il primo dei quali è che vi sia stata una richiesta di informazioni, da parte del soggetto competente, nelle materie specificamente previste dall’art. 4 della legge n. 628/1961.

 

Sul punto la Corte di Cassazione ha ricordato che in giurisprudenza si ritiene che l’Ispettorato del Lavoro, nell’esercizio del potere di informazione strumentale all’accertamento dell’osservanza delle norme in materia di igiene e di sicurezza sui luoghi di lavoro, possa stabilire il contenuto, il tempo ed il luogo dell’adempimento dell’obbligo avente per oggetto le informazioni richieste e che queste ultime possono consistere in semplici notizie, ma anche nell’esibizione di documentazione necessaria per la vigilanza sull’osservanza delle disposizioni in materia di lavoro, previdenza sociale e contratti collettivi di categoria. Peraltro, ha proseguito la Sez. III, “la richiesta deve avere ad oggetto informazioni specifiche e strumentali rispetto ai compiti di vigilanza e di controllo dell’Ispettorato”, sicché non costituisce reato la condotta omissiva del datore di lavoro al quale sia stata richiesta solo genericamente la trasmissione della documentazione di lavoro.

 

Come secondo elemento perché si configuri il reato “è necessario che la richiesta sia stata legalmente data” e sul punto, la giurisprudenza della Corte di Cassazione si è assestata nel ritenere innanzitutto che il destinatario della richiesta da parte dell’Ispettorato sia il legale rappresentante della ditta, anche quando essa non sia stata rivolta al datore di lavoro personalmente, in quanto è sufficiente che la richiesta venga notificata alla sede dell’azienda perché sia comunque conoscibile dal legale rappresentante di essa. La richiesta, inoltre deve considerarsi “legalmente” data anche se effettuata a mezzo lettera raccomandata, in quanto si tratta di un mezzo legale di interpello che offre garanzia di accertamento sulla data di spedizione e di ricevimento, sicché il reato è pienamente configurabile, non essendone necessaria la notifica nelle forme previste dagli artt. 157 e ss. cod. proc. pen..

 

Come terzo elemento, ha precisato la suprema Corte, ai fini dell’integrazione del reato in questione “è necessario che vi sia una mancata risposta alla richiesta oppure che la risposta fornita contenga dati non rilevanti e/o non pertinenti rispetto a quelli richiesti”. La stessa Corte ha inoltre ricordato che la fattispecie in esame configura, nella sua forma omissiva, un reato permanente, la cui consumazione si protrae fino all’osservanza della disposizione ovvero fino alla data della relativa denuncia penale in danno del responsabile o, secondo altro indirizzo, con il decreto penale di condanna o con la sentenza di primo grado. Pertanto, allorché sia previsto un termine per l’adempimento, il reato si perfeziona alla scadenza di detto termine e si protrae per tutto il tempo in cui il destinatario omette volontariamente di adempiere..

 

A tal punto la Corte di Cassazione ha ritenuto di richiamare le disposizioni fissate in merito dal D. Lgs. n. 758. Secondo quanto stabilito dall’art. 20 di tale decreto legislativo, infatti ricordato, nel caso in cui l’organo di vigilanza abbia accertato la commissione di un reato in materia di sicurezza e di igiene del lavoro, esso impartisce al contravventore, allo scopo di eliminare la contravvenzione, un’apposita prescrizione, fissando per la regolarizzazione un termine non eccedente il periodo di tempo tecnicamente necessario (comma 1), prescrizione con la quale l’organo può imporre specifiche misure atte a far cessare il pericolo per la sicurezza o per la salute dei lavoratori durante il lavoro (comma 3).

 

Secondo inoltre quanto stabilito dall’art. 21 dello stesso D. Lgs. sulla verifica dell’adempimento, entro e non oltre sessanta giorni dalla scadenza del termine fissato nella prescrizione, l’organo di vigilanza verifica se la violazione è stata eliminata secondo le modalità e nel termine indicati dalla prescrizione (comma 1) e, quando risulta l’adempimento alla prescrizione, l’organo di vigilanza ammette il contravventore a pagare in sede amministrativa, nel termine di trenta giorni, una somma pari al quarto del massimo dell’ammenda stabilita per la contravvenzione accertata. Entro centoventi giorni dalla scadenza del termine fissato nella prescrizione, inoltre, l’organo di vigilanza comunica al Pubblico Ministero l’adempimento alla prescrizione, nonché l’eventuale pagamento della predetta somma (comma 2). Quando, invece, risulta l’inadempimento alla prescrizione, l’organo di vigilanza ne dà comunicazione al Pubblico Ministero e al contravventore entro novanta giorni dalla scadenza del termine fissato nella prescrizione (comma 3).

 

Ai sensi poi del successivo art. 23, rubricato “sospensione del procedimento penale”, il procedimento penale per la contravvenzione è sospeso dal momento dell’iscrizione della notizia di reato nel registro di cui all’art. 335 cod. proc. pen., fino al momento in cui il Pubblico Ministero riceve una delle comunicazioni di cui all’art. 21, commi 2 e 3. A mente dell’art. 24, infine, rubricato “estinzione del reato”, se il contravventore adempie alla prescrizione impartita dall’organo di vigilanza nel termine ivi fissato e provvede al pagamento previsto dall’art. 21 comma 2, la contravvenzione si estingue e il Pubblico Ministero richiede l’archiviazione della notitia criminis.

 

Tanto premesso, la Corte di Cassazione ha ritenuta infondata la tesi difensiva secondo cui non avendo il ricorrente mai ricevuto la notifica del verbale contenente la richiesta dell’Ispettorato del Lavoro, mancherebbe l’elemento soggettivo del reato contestato. Altrettanto infondate sono state giudicate le lamentele relative alla mancata conoscenza del contenuto del verbale di prescrizioni, che, in ipotesi, avrebbe potuto impedire il verificarsi della ricordata condizione di procedibilità dell’azione penale. Sul punto, infatti, la Corte suprema ha fatto rilevare che l’imputato era pienamente a conoscenza del contenuto delle legittime richieste rivolte dall’autorità amministrativa (concernenti non il rilascio di informazioni, ma l’esibizione di documenti) e del termine entro il quale avrebbe dovuto provvedere a rispondere, essendo presente al momento dell’accesso ispettivo e avendo ricevuto copia del relativo verbale, che, peraltro, gli operanti avevano provveduto a rileggergli su sua espressa richiesta. La stessa Corte sull’argomento ha ribadito che la procedura di estinzione delle contravvenzioni in materia di sicurezza ed igiene del lavoro non richiede una formale notificazione del verbale di ammissione al pagamento redatto dalla pubblica amministrazione successivamente alla verifica della avvenuta eliminazione della violazione, essendo sufficiente una modalità idonea a raggiungere il risultato di notiziare il contravventore della ammissione al pagamento e del relativo termine.

 

Nel caso in esame, entrambe le comunicazioni, sia la diffida a esibire la documentazione già richiesta in occasione dell’accesso nella sede operativa, sia il verbale di prescrizioni, erano state notificate a mezzo posta, senza che peraltro il destinatario abbia mai provveduto al ritiro del plico. In entrambi i casi, peraltro, la notifica risulta effettuata presso un luogo nel quale l’interessato aveva la possibilità di pacifico accesso agli atti a lui destinati: nel primo caso la sede operativa della ditta, ove l’imputato si trovava il giorno dell’accesso da parte dell’Ispettorato e , nell’altro caso, addirittura presso l’abitazione privata, rispetto alla quale l’imputato non ha dedotto alcun concreto elemento idoneo a comprovare l’esistenza di specifici ostacoli al ricevimento della missiva.

 

La Corte di Cassazione ha ritenuta corretta, in conclusione, la motivazione della sentenza impugnata, nella parte in cui ha rilevato la correttezza della notifica esperita, nelle forme della “compiuta giacenza”, dovendo il mancato ritiro delle missive imputarsi alla esclusiva decisione dell’imputato e per tutti i motivi sopraindicati la stessa ha rigettato il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Fonte: Puntosicuro.it

 

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Macchine, polveri, carichi, sicurezza sul lavoro in segheria, volume Inail

Segheria. Questo l’ambito lavorativo affrontato dal nuovo opuscolo Inail per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro. Segheria sicura – Opuscolo informativo per Lavoratori delle aziende di prima lavorazione del legno, dalle macchine alle polveri, il taglio, l’accatastamento.

 

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Check list per gli accessori di sollevamento

Una lista di controllo aiuta il datore di lavoro a riscontrare i principali requisiti di sicurezza degli accessori di sollevamento e a valutarne l’uso corretto. Direttiva macchine, istruzioni d’uso, libretto di manutenzione, baricentro e peso del carico.

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Fonte: Puntosicuro.it

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Disponibile l’ultimo aggiornamento del Testo unico salute e sicurezza

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Manuale stress lavoro correlato

Reso pubblico dal’Unione Italiana Lavoratori (UIL), leader del progetto, il report finale dello studio cofinanziato dall’Unione Europea “Rest@Work – Reducing Stress at Work“, indagine conoscitiva e linee guida per gestire lo stress lavoro correlato nelle organizzazioni lavorative, qualunque sia la dimensione o la struttura societaria.

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