Come si fa una prova di #evacuazione: i consigli da seguire e gli errori da evitare – #sicurezzadellavoro

Ogni anno organizzazioni come aziende ed enti pubblici sono tenute ad effettuare le prove di evacuazione (o “prove di esodo”) del personale lavoratore, allo scopo di testare le procedure da seguire in caso di emergenza dovuta alle più svariate cause (incendio, terremoto, perfino atti di terrorismo). Molto spesso, però, queste prove si riducono ad una banale formalità, presa come un gioco da parte di molti lavoratori, che ne approfittano per “prendersi una pausa” dal lavoro (partecipando distrattamente) o, peggio, ignorandole completamente e restando al proprio posto in quanto, dicono, hanno “cose più urgenti da fare”. Ma posso assicurarvi che non si tratta, ovviamente, di un gioco o di una perdita di tempo.

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Le prove di evacuazione possono essere effettuate in modo estremamente efficace ed accurato, con benefici reali percepiti da parte di tutti (lavoratori, addetti alle emergenze e datore di lavoro), che va ben oltre alla sola ottemperanza agli obblighi di legge. Ma occorre sapere come eseguirle nel modo corretto, prevenendo i problemi e massimizzando il risultato. Facciamo però prima un passo indietro: perchè si fanno le prove di evacuazione?

Gli obblighi di legge

Non mi dilungo più di tanto, ricordando solo che la prova di evacuazione è un obbligo introdotto dal D.M. del 10/03/98 “Criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell’emergenza nei luoghi di lavoro” e che l’art. 18 del D.Lgs. 81/08 (Testo Unico sulla Sicurezza e Salute dei lavoratori) ha sottolineato che il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure per la gestione del rischio in caso di emergenza e per la tutela dei lavoratori in caso di grave e imminente pericolo, affinché possano abbandonare il posto di lavoro in sicurezza. Da questo obbligo deriva la necessità di avere un piano di emergenza aziendale, di cui la prova di evacuazione diventa parte integrante. Nelle aziende in cui ricorre l‘obbligo della redazione del piano di emergenza connesso con la valutazione dei rischi, la prova deve essere effettuata almeno una volta l’anno.

In ogni caso, oltre all’adempimento agli obblighi di legge, le prove di evacuazione hanno anche lo scopo di verificare l’efficacia delle procedure aziendali ed “allenare” tutto il personale coinvolto a fronteggiare una situazione di emergenza, in modo da rendere “automatico” e quanto più sicuro possibile il comportamento di ciascuno in caso di reale situazione di pericolo.

Il caso pratico: la prova di evacuazione di un grande edificio occupato da uffici.

Analizziamo ora i problemi che si possono riscontrare in un caso reale, considerando una situazione relativa a strutture complesse, costituite da edifici destinati ad uso ufficio, di dimenisione medio-grande (es. fino a 20 piani ed oltre) e con presenza media di 300-400 persone, tra lavoratori fissi e visitatori. Tipicamente, si riscontra una situazione del genere presso le sedi principali di Enti Pubblici o grosse aziende del settore terziario.

Gli attori

I principali “attori” coinvolti nell’esecuzione di prova di evacuazione di questo tipo sono:

  • i membri del servizio di prevenzione e protezione;
  • gli addetti alle emergenze;
  • gli addetti al primo soccorso;
  • il personale di segreteria;
  • il personale in portineria;
  • gli addetti alla manutenzione degli impianti;
  • gli addetti alla vigilanza;
  • e, ovviamente, il personale presente (lavoratori e visitatori).

La preparazione

Le prove sono normalmente precedute, nei giorni immediatamente precedenti, da un paio di incontri che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) ed i suoi collaboratori (ASPP) tengono con gli addetti alle emergenze e con i dipendenti tutti, allo scopo di richiamare i principali aspetti del piano di emergenza ed i compiti relativi ad ogni figura della sicurezza (addetti alle emergenze, addetti al primo soccorso, personale di portineria e vigilanza, ecc.) in ognuno dei momenti chiave di una emergenza (es. segnalazione di incendio, allarme di piano, allarme generale, evacuazione totale, ecc.).

Il briefing

Nel giorno scelto per l’effettuazione della prova si fa precedere la simulazione da una breve riunione di briefing con gli addetti, che non deve comunque prevedere la definizione concordata dello scenario di emergenza da simulare (es. tipo di emergenza, localizzazione dell’evento, ecc.).

È altamente opportuno che, oltre ai membri del Servizio di Prevenzione e Protezione ed agli addetti alle emergenze designati dal datore di lavoro, nella preparazione della prova siano coinvolti anche gli addetti alla portineria, alla vigilanza, alla manutenzione degli impianti di allarme ed alle segreterie (il cui ruolo risulta di fondamentale importanza per sapere con certezza chi si trova in ogni momento nell’edificio, compresi i visitatori).

La simulazione dell’emergenza

La simulazione parte in un momento ed in un luogo definiti poco prima dai soli membri del Servizio di Prevenzione e Protezione. Spesso, per simulare un principio di incendio ed il corretto funzionamento dei rilevatori di fumo, si procede con l’”eccitazione” di uno di tali rilevatori con appositi strumenti. In contemporanea, presso la postazione di controllo (normalmente collocata presso la portineria), il sistema di segnalazione riporta in automatico la segnalazione di un possibile principio di incendio, con indicazione del punto in cui è stato rilevato (piano e stanza).

Occorre evidenziare che, in questa fase, non è scattato ancora nessun allarme all’interno dell’edificio (e tantomeno nessuna evacuazione!), ma è arrivata solo una segnalazione automatica presso il punto di controllo. Tuttavia, si tratta di una fase fondamentale, durante la quale è di primaria importanza la comunicazione che deve instaurarsi tra chi riceve la segnalazione al punto di controllo e gli addetti all’emergenza che si trovano al piano da cui proviene la segnalazione, che al momento sono ancora ignari dell’evento. Questa fase può presentare diverse criticità, dovute in particolare alla possibilità (spesso concreta) che la portineria non riesca a contattare gli addetti all’emergenza di piano dei quali ha i riferimenti (in portineria non si sa infatti se tali addetti sono presenti, in quel giorno ed in quel momento, sul luogo di lavoro).

Il preallarme

Se la comunicazione tra portineria ed addetti di piano non dovesse andare a buon fine, in molti casi è previsto che si attivi in automatico un allarme ottico ed acustico al piano coinvolto, dopo un tempo predefinito (es. 2’) a partire dalla prima segnalazione automatica. A questo punto, il personale del piano (anche in caso di assenza degli addetti all’emergenza), deve necessariamente mettersi in contatto con la portineria per scambiare le informazioni del caso. A tale scopo si hanno in molti casi apposite linee telefoniche di emergenza di tipo analogico, che possono funzionare anche in caso di assenza di corrente elettrica.

Anche in questo caso si possono avere problemi di comunicazione, in quanto può capitare, banalmente, che la linea telefonica di emergenza sia occupata a causa delle numerose chiamate che possono partire dai lavoratori presenti agli altri piani che, percependo l’allarme acustico, chiamano al punto di controllo per avere informazioni. In caso di linea occupata i lavoratori in questione  dovrebbero  ritentare più volte la chiamata (ma sempre entro un tempo relativamente ridotto), in modo da assicurare la comunicazione con il punto di controllo, il quale – a sua volta – dovrebbe cercare di scambiare le informazioni con i vari piani in modo completo ma molto rapido, per tenere libera la linea di emergenza.

Se gli addetti all’emergenza del piano coinvolto riescono a gestire il principio di incendio, ne danno comunicazione in portineria, che provvede poi a spegnere il segnale di allarme.

L’ordine di evacuazione

Se invece gli addetti all’emergenza del piano interessato dall’evento comunicano in portineria che l’incendio non è gestibile, dalla portineria si attiva l’allarme per l’evacuazione generale dell’intero edificio. Tale allarme generale può partire anche in automatico – senza cioè alcun intervento da parte della portineria – dopo che sia trascorso un certo intervallo di tempo dall’attivazione dell’allarme di piano. La portineria inoltre avvisa i Vigili del Fuoco (o simula la telefonata).

Durante la fase di evacuazione, ad ogni piano gli addetti si attivano per coordinare correttamente la fase di abbandono degli uffici, verificando che per ogni stanza non resti nessuno (fase di “spazzolamento”). Molte criticità si possono nascondere in questa fase, in particolare con riferimento alle persone che non possono abbandonare il piano (es. disabili impossibilitati ad usare le scale), a quelle che risultano introvabili, a quelle presenti in locali normalmente non occupati (es. sale riunioni) ed ai visitatori occasionali.

Riguardo alle persone che non  possono abbandonare il piano, ricordando che vige il divieto di usare l’ascensore per scendere al piano terra, occorre assicurarsi che siano condotte in “luogo calmo” e che con loro si fermi un accompagnatore (nessuno deve quindi restare da solo!). Tale informazione andrà poi comunicata al coordinatore dell’emergenza, che avrà nel frattempo preso posto in portineria (trattasi normalmente del primo addetto che raggiunge la portineria, e che assume di conseguenza il ruolo di coordinatore dell’emergenza).

Per quanto riguarda i lavoratori che non si trovano al piano, occorre comunicare al coordinatore dell’emergenza le informazioni in merito, in modo da sapere con certezza quali e quante persone sono “da rintracciare”. In questa operazione è fondamentale il contributo degli addetti alle segreterie, che devono essere in grado di fornire un elenco il più possibile accurato delle persone (interni e visitatori) presenti negli uffici nel giorno in questione.

Per quanto riguarda i visitatori, ignari sia delle procedure che, spesso, della stessa notizia della prova di esodo, è necessario che questi non vengano lasciati soli e che vengano accompagnati nell’evacuazione da parte del personale del piano. Valgono le considerazioni precedenti in caso di persone con disabilità impossibilitate a scendere per le scale.

Infine, occorre che qualcuno degli addetti si faccia carico del controllo delle persone eventualmente presenti in locali o piani normalmente non utilizzati, come ad esempio sale riunioni collocate in piani interrati o situazioni analoghe.

Durante l’evacuazione il coordinatore dell’emergenza deve avere il quadro completo, piano per piano, delle persone presenti, evacuate, rimaste al piano o disperse. Tale riscontro avviene attraverso la consegna da parte degli addetti di specifici moduli con le informazioni in questione, che avviene dopo aver condotto i lavoratori di cui si ha la responsabilità presso il punto di raccolta individuato all’esterno dell’edificio.

Alla fine dell’esodo il coordinatore dichiara conclusa la prova, chiedendo agli addetti alla manutenzione lo spegnimento dell’allarme, ai lavoratori il rientro negli uffici ed agli addetti alle emergenze di riunirsi per un breve incontro di riesame dell’accaduto.

Le criticità

Come emerso da quanto detto, le criticità principali possono riassumersi come segue:

  • difficoltà di comunicazione tra portineria ed addetti alle emergenze al momento della segnalazione automatica;
  • errata o lacunosa conoscenza da parte delle figure della sicurezza del funzionamento dell’impianto di allarme (tempi di allarme, segnali ottici ed acustici, ecc.);
  • disorientamento, durante la fase di allarme, da parte dei lavoratori in caso di assenza degli addetti all’emergenza del loro piano;
  • “spazzolamento” incompleto da parte degli addetti all’emergenza;
  • mancata assistenza ai visitatori;
  • lacunosa gestione degli elenchi dei presenti da parte delle segreterie;
  • lacunosa gestione delle informazioni relative a presenti, evacuati, rimasti al piano e dispersi.

Questi punti sono quelli su cui occorre fare molta attenzione durante le prove di esodo, e se qualcosa non funziona come dovrebbe occorre poi adeguare il piano di emergenza per prevenire i problemi emersi e che potrebbero poi ripresentarsi in caso di emergenza reale, con grave pericolo per le persone.

Conclusioni

Quanto sopra deriva dalla mia personale osservazione in occasione di numerose prove di esodo effettuate su luoghi di lavoro del tipo descritto (edifici che ospitano uffici e locali destinati ad incontri e riunioni), aventi una certa complessità. In generale, ogni singola realtà lavorativa presenta le sue specifiche caratteristiche e problematiche, e deve quindi prevedersi, per essa, una procedura studiata ad hoc. Occorre quindi, pur tenendo ben presente le tipologie delle criticità sopra descritte (che si ripresentano peraltro molto spesso), ragionare su di esse con riferimento al proprio specifico caso, individuando i problemi nascosti e studiando le soluzioni più adatte per prevenirli.

E comunque, in ogni caso, è fondamentale per la riuscita delle prove di evacuazione avere serietà e responsabilità da parte di tutti: datore di lavoro, figure della sicurezza e lavoratori. Come già detto, non si tratta certo di momenti di gioco, come tuttavia, in molti luoghi, capita purtroppo ancora di vedere.

Fonte: www.marcodemitri.it

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Gli errori nella #valutazione dei #rischi – #sicurezzalavoro

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Quali sono gli errori che si possono compiere nella valutazione dei rischi?

I primi due errori sono molto comuni, e possiamo individuali come “errori di fondo”. Sono errori che vengono commessi quando non si conosce o non si tiene conto “degli obiettivi del processo di valutazione e del suo reale significato”:
– “credere che la valutazione sia un processo da attivare ‘una tantum’ e non un metodo sistematico per gestire la prevenzione;
– interpretare la valutazione come un mero atto formale, un iter burocratico ‘dovuto’, una nuova ‘tassa’ sulla salute per le imprese, quindi da sbrigare nel modo più semplice ed economico”.

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Passiamo agli “errori di impostazione” che spesso sono la logica conseguenza dei due precedenti errori di fondo e derivano, infatti, “dal non tener conto degli obiettivi della valutazione, o dall’attivare un percorso incoerente e inadeguato rispetto agli obiettivi stessi”.
Questi i due possibili errori di impostazione:
– “sbilanciare la valutazione verso gli aspetti ‘diagnostici’ (analisi del rischio) a scapito degli aspetti ‘terapeutici’ (interventi da attuare per risolvere i problemi)”;
– affidare la valutazione “a persone poco preparate, o inadeguate come numero, o con scarsità di tempo e strumenti a disposizione”.

Ci sono poi tanti e possibili “errori metodologici” nelle valutazioni dei rischi:
– “confondere la mera descrizione delle condizioni di rischio con la loro valutazione;
– omettere di valutare i rischi in alcuni reparti o lavorazioni, magari considerati marginali e irrilevanti rispetto al ciclo produttivo;
– non curarsi di acquisire ed elaborare tutta la documentazione necessaria;
– non coinvolgere i soggetti che devono essere coinvolti (medico competente, R.L.S., ecc.), o coinvolgerli solo in modo meramente formale, come compimento di un atto dovuto e non come acquisizione di un contributo sostanziale;
– mancata o carente elaborazione-individuazione delle misure preventive, di ogni tipo: tecnico, organizzativo, procedurale, DPI, informativo, formativo;
– mancata formulazione di un preciso programma attuativo, scandito nel tempo, basato su priorità, esplicito e motivato;
– mancata dichiarazione dei criteri seguiti nel valutare i rischi;
– esecuzione della valutazione dei rischi ‘a tavolino’, fondandosi solo sull’uso di strumenti precostituiti (cartacei o informatici) senza un riscontro reale delle condizioni di rischio.

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Non bisogna poi dimenticare alcuni possibili “errori tecnici”:
– “errori ‘materiali’ nella valutazione, e prima ancora nell’individuazione, dei rischi, con omissioni, sottovalutazioni ma anche sopravvalutazioni;
– errori ‘materiali’ nell’individuazione ed elaborazione nelle misure preventive da attuare, pur in presenza di input corretti”.

L’ultima categoria di possibili errori nella valutazione dei rischi, è costituita da “errori di gestione”:
– “mancata illustrazione, socializzazione e discussione dei risultati del processo di valutazione;
– messa in atto parziale o incompleta delle misure preventive definite;
– mancata attivazione di procedure e sistemi per l’aggiornamento continuo del processo valutativo, che dovrebbero essere già previsti nella valutazione stessa;
– mancata ripetizione del processo valutativo” al variare dell’organizzazione di lavoro (come indicato nel comma 3 dell’art. 29 del D.Lgs. 81/2008), “degli impianti, del ciclo, delle sostanze usate, delle conoscenze scientifiche sui rischi.

Fonte: auxosrl

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#Donne, nel 2014 denunciati 238mila #infortuni. Due morti su tre legate al “rischio strada”

Nel 2014 sono state oltre 238mila le denunce di infortunio sul lavoro pervenute all’Inail che hanno riguardato le donne nelle tre gestioni principali industria e servizi, agricoltura e per conto dello Stato. A queste si aggiungono i 33 casi denunciati nel settore navigazione e i 703 della gestione autonoma casalinghe. Le denunce di infortunio alle lavoratrici con esito mortale sono state invece 108, 72 delle quali sono state riconosciute positive dall’Istituto. Questi alcuni dei dati più significativi che emergono dall’analisi condotta dalla Consulenza statistico attuariale dell’Inail alla vigilia dell’8 marzo.

 

I casi femminili pari a un terzo del totale. In Italia le donne rappresentano il 52% della popolazione con più di 15 anni e il 42% del totale degli occupati. Dopo la diminuzione registrata nel corso del 2013, nel 2014 le lavoratrici sono tornate a crescere, anche se leggermente (+0,6%), e sono state quantificate dall’Istat in 9,3 milioni. Le denunce di infortunio sul lavoro pervenute all’Inail che hanno visto coinvolte le donne sono state pari a poco più di un terzo (35,9%) del totale (663mila). Nonostante il dato occupazionale fosse in crescita, il 2014 ha registrato rispetto all’anno precedente un calo infortunistico complessivo del 4,5%, che ha interessato sia i lavoratori (-5,4%) sia le lavoratrici, ma queste ultime in misura più contenuta (-2,9%).

 

Cinquantamila denunce in meno rispetto al 2010. Prendendo in considerazione l’andamento infortunistico nel quinquennio precedente, le denunce di infortunio al femminile sono passate dai 286.358 casi del 2010 ai 238.094 del 2014 (-16,9%), a fronte di una diminuzione dell’occupazione delle donne limitata al 2% nello stesso periodo. Il calo infortunistico è stato, però, molto più contenuto tra le lavoratrici rispetto a quello registrato nello stesso arco di tempo tra i colleghi uomini (-27,3%). In flessione del 16,9% è anche il numero delle denunce di infortuni con esito mortale occorsi alle donne, passate dalle 130 nel 2010 alle 108 del 2014. Anche in questo caso, però, la diminuzione percentuale è stata nettamente inferiore rispetto a quella registrata tra gli uomini (-24,9%).

 

In itinere il 49,1% dei decessi. Rispetto al numero complessivo delle denunce, la quota degli infortuni in itinere, avvenuti cioè nel tragitto tra la casa e il posto di lavoro, per le donne è decisamente più elevata rispetto agli uomini, sia in valore assoluto (rispettivamente 50.252 casi contro 45.974) che in percentuale (21,1% contro 10,8%). L’incidenza del “rischio strada” sulle lavoratrici è ancora più marcata se si prendono in considerazione le denunce dei casi mortali: per le donne, infatti, quasi un decesso su due (49,1%) è avvenuto in itinere, mentre tra gli uomini lo stesso rapporto è di circa uno su cinque (21,6%).

 

Incidenti stradali da “bollino nero”. Questo divario di genere si conferma anche sommando le denunce dei casi mortali avvenuti in itinere e quelli in occasione di lavoro con coinvolgimento di un mezzo di trasporto: tra le donne, infatti, quasi due decessi su tre (65,7%) sono legati al “rischio strada” rispetto al 38,9% degli uomini. Questo probabilmente perché le donne sono occupate per oltre il 50% nel ramo dei servizi, in attività solitamente meno pericolose di quelle industriali ma comunque soggette al rischio che si corre negli spostamenti tra l’abitazione e il luogo di lavoro, anche molto frequenti e ripetuti in attività come quelle del personale domestico e di assistenza sociale domiciliare, in cui prevale nettamente la quota femminile.

 

Contusioni e lussazioni le conseguenze più rilevanti. L’incidenza degli infortuni delle lavoratrici è particolarmente elevata nei settori dei servizi domestici e familiari (90,2% sul totale delle denunce), della sanità e assistenza sociale (72,9%) e della confezione di articoli di abbigliamento (71,8%). La caduta, inoltre, si conferma la prima causa d’infortunio per le donne (31,6% sul totale dei soli casi codificati) e la seconda per gli uomini (21,1%), seguita dalla perdita di controllo di macchine e utensili. Le conseguenze più rilevanti risultano essere contusioni e lussazioni, con pesi relativi maggiori per le lavoratrici (rispettivamente 35,7% contro il 28,5% dei lavoratori e 32,3% contro 25,6%).

 

La fascia più colpita è quella tra i 50 e i 54 anni. Per le donne fino a 50 anni tutte le fasce di età hanno registrato nel 2014 un decremento infortunistico rispetto al 2013, mentre per le fasce più mature si è rilevato un aumento. Con 32.405 casi, pari al 13,6% del totale delle denunce di infortuni femminili, la fascia 50-54 anni risulta la più colpita in valore assoluto. Particolarmente significativo è l’aumento delle denunce, osservabile lungo tutto il quinquennio, per la fascia 60-64 anni, passate da seimila nel 2010 a 10mila nel 2014. Anche per gli infortuni mortali il maggior numero di casi (17 denunce) riguarda la fascia compresa tra i 50 e i 54 anni.

 

Il 12,1% delle infortunate sono straniere. Le denunce di infortuni occorsi a lavoratrici straniere nel 2014 sono state 28.886, pari al 12,1% del totale delle donne infortunate: le più colpite sono state le lavoratrici nate in Romania (5.665 casi), Albania (2.048) e Marocco (2.019). Venti i casi mortali, pari al 12,6% delle 159 denunce di incidenti mortali occorsi ai lavoratori stranieri di entrambi i sessi.

 

Meno casi anche tra le casalinghe. Nello stesso anno le denunce legate alla polizza assicurativa contro gli infortuni delle casalinghe (e dei casalinghi) – obbligatoria per tutte le persone di età compresa tra i 18 e i 65 anni che lavorano in maniera abituale, esclusiva e gratuita nell’ambito domestico – sono state complessivamente 720. La quasi totalità (703) ha riguardato, come atteso, le donne, con un calo del 22% rispetto alle denunce del 2013 (922, di cui 897 femminili). Per il 2014 sono stati indennizzati, al 31 ottobre 2015, 43 casi in rendita per menomazione permanente e due casi con rendita ai superstiti per esito mortale dell’infortunio.

 

Malattie professionali: in cinque anni +31%. Le malattie professionali denunciate dalle lavoratrici nel 2014 sono state quasi 17mila, pari al 29% delle 57mila tecnopatie denunciate in totale. I dati complessivi hanno confermato il trend in aumento degli ultimi anni, in controtendenza rispetto all’andamento decrescente degli infortuni sul lavoro: dalle 51.827 denunce del 2013, infatti, si è passati alle 57.370 del 2014 (+11%). L’incremento percentuale è identico anche prendendo in considerazione soltanto le denunce delle lavoratrici, cresciute da 15.017 fino a 16.740. Rispetto alle 12.760 denunce del 2010, invece, l’aumento è del 31%, tre punti percentuali in meno rispetto all’incremento dei casi di tecnopatie denunciati dai lavoratori (+34%).

 

Nel Centro-Sud quasi due patologie su tre. A livello territoriale, nel 2014 le denunce di malattie professionali femminili si sono concentrate per un terzo al Centro e per il 28% nel Mezzogiorno, seguiti da Nord-Est (27%) e Nord-Ovest (10%), con una distribuzione sensibilmente diversa rispetto a quella degli infortuni sul lavoro delle donne, concentrati per oltre il 60% nel Nord della penisola. A colpire i lavoratori sono soprattutto le malattie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, in particolare tendiniti e dorsopatie, e la sindrome del tunnel carpale, che insieme rappresentano quasi il 75% delle denunce. Questo risultato medio, però, maschera una differenza ben marcata tra uomini e donne: se tali patologie rappresentano il 67% delle denunce maschili, la stessa percentuale, infatti, sale addirittura all’89% per le donne (circa 15mila delle loro 17mila denunce). In particolare, la sindrome del tunnel carpale viene denunciata più dalle donne che dagli uomini (3.229 denunce contro 2.992 nel 2014).

 

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#Antincendio: pubblicata in italiano la #norma #UNI EN 12845

La commissione tecnica Protezione attiva contro gli incendi ha pubblicato in lingua italiana la norma UNI EN 12845 che si occupa di installazioni fisse antincendio e, in particolare, di progettazione, installazione e manutenzione dei sistemi automatici a sprinkler.

La norma specifica i requisiti e fornisce le raccomandazioni per la progettazione, l’installazione e la manutenzione di impianti fissi antincendio sprinkler in edifici e in insediamenti industriali, ed i requisiti particolari per i sistemi sprinkler. Essa tratta la classificazione dei pericoli, le alimentazioni idriche, i componenti da utilizzare, l’installazione, le prove ed il collaudo del sistema, la manutenzione e l’ampliamento dei sistemi esistenti, ed individua, per gli edifici, le indicazioni costruttive necessarie per garantire una prestazione soddisfacente dei sistemi sprinkler.

UNI EN 12845:2015 “Installazioni fisse antincendio – Sistemi automatici a sprinkler – Progettazione, installazione e manutenzione”

Euro 130,00 + iva (in lingua italiana) – Euro 100,00 + iva (in lingua inglese)

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Consigli pratici per la progettazione ed erogazione di un corso di formazione a distanza

Interessante guida per organizzare ed erogare un corso di formazione a distanza.

Puoi scaricarla dal seguente link

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Fondi interprofessionali: tutto bloccato

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Tutti gli strumenti per gestire la sicurezza del lavoro

 

Si comunica che in attesa di chiarimenti da parte del Ministero del Lavoro su quanto notificato dall’ANAC in relazione alla qualificazione dei Fondi interprofessionali per la formazione continua come organismi di diritto pubblico soggetti alla sua vigilanza anche “quando procedono all’affidamento di contratti di formazione professionale che si possa configurare giuridicamente, sotto il profilo oggettivo, come appalto pubblico di servizi”, il Consiglio di Amministrazione di Fondimpresa ha sospeso, a titolo cautelativo, l’approvazione dei finanziamenti sui piani formativi presentati sugli Avvisi del Conto di Sistema, sugli Avvisi con contributo aggiuntivo e sul Conto Formazione.
Di conseguenza, è sospesa anche la possibilità di procedere all’avvio anticipato dei piani presentati a valere sul Conto Formazione aziendale.
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Cos’è l’Annex SL, e che rapporto ha con la ISO 9001 ?

Sorgente: Cos’è l’Annex SL, e che rapporto ha con la ISO 9001 ?

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3 aspetti del Buddismo che possono essere utili per la sicurezza del lavoro

In questo articolo tratto dal sito inglese http://www.safetyrisk.net sono riportate alcune riflessioni per migliorare la cultura della sicurezza in azienda, utilizzando riferimenti pratici al Buddismo.

  1. Accettazione
    I buddisti credono che al fine di raggiungere la vera pace e la felicità, è necessario innanzitutto accettare che la sofferenza nella vita è inevitabile.
    Frequentemente ci focalizziamo sulle cause di tale sofferenza, dimenticando invece che è necessario accettarla e agire per ridurla. Applicata alla sicurezza del lavoro, possiamo dire che è necessario accettare l’eventualità di un infortunio e agire in modo costante per ridurlo. Se è molto tempo che non avviene un infortunio, è indispensabile essere pronti per affrontarlo e prevenirlo.
    Come è impossibile una vita senza sofferenza, così è improbabile l’assenza di infortuni in azienda.
  2. Consapevolezza
    La consapevolezza del rischio aiuta nella sicurezza del lavoro ad assumere regolarmente atteggiamenti di prevenzione atti a ridurre gli effetti di eventi improvvisi.
  3. Compassione
    Il terzo elemento del Buddismo che può aiutare a migliorare la sicurezza del lavoro, è la compassione e un atteggiamento mentale aperto. Mettersi nelle condizioni degli altri è fondamentale per capirne i comportamenti, correggerli e prevenire quindi situazioni di pericolo.

In sintesi, la prevenzione dei rischi è un eterno viaggio in cui l’accettazione e la suaconsapevolezza , abbinate alla compassione, aiutano a creare un modello comportamentale in grado di migliorare singolarmente la sicurezza del lavoro.

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“Smartsafety”: #salute e #sicurezza nel “lavoro agile” – Incontro, 10 febbraio

Incontro informativo
Organizzato da: Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza
10 febbraio 2016, 9.30 -13.00

Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza – Sala Falck (piano interrato)
Via Chiaravalle 8, Milano
Partecipazione gratuita

Obiettivi e contenuti

Il workshop, che precede la “Terza giornata del lavoro agile” programmata dal Comune di Milano per il 18 febbraio,  offre lo spunto per affrontare gli aspetti di salute e sicurezza legati a contesti lavorativi che cambiano.

Per le imprese sempre più numerose  che intendono adottare il lavoro agile o smart working, la tutela della sicurezza dei lavoratori è, infatti,  un aspetto da tenere presente fin dalla pianificazione di questa nuova modalità di svolgimento del lavoro.

L’utilizzo di strumenti tecnologici di comunicazione e l’impossibilità di definire sempre il luogo di svolgimento della prestazione lavorativa sono alcuni temi che i servizi di prevenzione e protezione considerano nella valutazione dei rischi e nella attività di formazione per i lavoratori, i preposti e i dirigenti coinvolti.

L’incontro vedrà la partecipazione degli enti pubblici (Inail e Agenzia per la Tutela della Salute Città Metropolitana e Comune di Milano) accanto ad esperti e referenti aziendali che in questi anni hanno gestito il tema della salute e sicurezza nel lavoro agile.

Destinatari

L’incontro è rivolto ai datori di lavoro, ai responsabili degli uffici delle risorse umane, ai responsabili e addetti al servizio di prevenzione e protezione (RSPP e ASPP) ed ai soggetti che in azienda si occupano di sicurezza.

Programma e relatori

Il programma dell’incontro sarà comunicato successivamente.

Modalità di iscrizione

E’ possibile iscriversi utilizzando il modulo di iscrizione on line sul sito Internet.

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